
Questa non è propriamente la pagina giusta su cui scrivere (un'agenda...), ma in mancanza d'altro va benissimo. Poi è tutt'altra cosa scrivere per davvero, con la antiquata penna, su foglio di carta. Ma la vera goduria è la calma, placida, nel procedere della grafia: non c'è fretta, non c'è bisogno di incastrare più di una necessità alla volta. E così, felicemente ridotto ai minimi termini, scrivo di nuovo dopo 6 (sei) mesi che non lo facevo.
Non è il momento di guardarsi indietro stavolta, perché fine luglio non è proprio l'occasione dei bilanci. Calcolando, poi, che ancora devo andare in portogallo, ancora devo festeggiare il mio primo mese lavorativo, ancora devo emettere la mia prima, vera e propria, fattura, ancora devo innamorarmi … direi che il mento sta dritto davanti, non storto dietro.
Ho proceduto per passi, obiettivi, lasciandomi dietro interrogazioni e dubbi, quesiti e controquesiti. Non lo vedo come un tradimento: quell'io desideroso di risposte è ancora impaziente, scalciante, secco magro dentro di me. Forse solo spiazzato dalla natura mutevole delle domande. Certo è che per quanto riguarda la fame, ha fame. Si arriverà al limite, poco prima di quel punto di non ritorno che distingue una pausa obbligata da una detenzione obbligata (la cattività non giova a nessuno, men che meno al mio io).
Dunque, dicevo, per passi. Ho fatto della fotografia un lavoro, o quasi. Non ho più pianto, né suonato. C'è stata una tesi, interessante e importante. Una laurea con lode, inaspettata, con i festeggiamenti da basso-profilo che mi contraddistinguono. E poi il lavoro. Con la bestia affamata in quasi cattività, ho passato tempo a fare, lasciando da parte il pensare, quasi istintivamente, come un bisogno fisiologico. Assaggiato un boccone, poi subito un altro, e poi ancora. Tutto questo in maniera graduale, crescente, direi fagocitante. Da qui si spiegano cose, in primis il vuoto che ho lasciato qui, riflesso del vuoto distante tra me e me.
Alt. Mi fermo. Avevo detto che, giustamente, fine luglio non è tempo di bilanci. Ed è vero. Perché guardo avanti, perché nel mio procedere per passi il prossimo è riprendere in mano me stesso, quello che ho sospeso e accantonato. Ecco perché ritorno qui, a casa, a dare aria all'affamato io in quasi-cattività.
E che non sia solo un'ora, un'ora d'aria. Perché non ci sono carcerati, non ci sono sbarre, solo spazio in cui spalmarsi.
C'è da decidere la lama … e poi dritto, rovescio … dritto e rovescio ...
(scritto tratto dalla pelle di un Moleskine, nuovo compagno di viaggio)
Non è il momento di guardarsi indietro stavolta, perché fine luglio non è proprio l'occasione dei bilanci. Calcolando, poi, che ancora devo andare in portogallo, ancora devo festeggiare il mio primo mese lavorativo, ancora devo emettere la mia prima, vera e propria, fattura, ancora devo innamorarmi … direi che il mento sta dritto davanti, non storto dietro.
Ho proceduto per passi, obiettivi, lasciandomi dietro interrogazioni e dubbi, quesiti e controquesiti. Non lo vedo come un tradimento: quell'io desideroso di risposte è ancora impaziente, scalciante, secco magro dentro di me. Forse solo spiazzato dalla natura mutevole delle domande. Certo è che per quanto riguarda la fame, ha fame. Si arriverà al limite, poco prima di quel punto di non ritorno che distingue una pausa obbligata da una detenzione obbligata (la cattività non giova a nessuno, men che meno al mio io).
Dunque, dicevo, per passi. Ho fatto della fotografia un lavoro, o quasi. Non ho più pianto, né suonato. C'è stata una tesi, interessante e importante. Una laurea con lode, inaspettata, con i festeggiamenti da basso-profilo che mi contraddistinguono. E poi il lavoro. Con la bestia affamata in quasi cattività, ho passato tempo a fare, lasciando da parte il pensare, quasi istintivamente, come un bisogno fisiologico. Assaggiato un boccone, poi subito un altro, e poi ancora. Tutto questo in maniera graduale, crescente, direi fagocitante. Da qui si spiegano cose, in primis il vuoto che ho lasciato qui, riflesso del vuoto distante tra me e me.
Alt. Mi fermo. Avevo detto che, giustamente, fine luglio non è tempo di bilanci. Ed è vero. Perché guardo avanti, perché nel mio procedere per passi il prossimo è riprendere in mano me stesso, quello che ho sospeso e accantonato. Ecco perché ritorno qui, a casa, a dare aria all'affamato io in quasi-cattività.
E che non sia solo un'ora, un'ora d'aria. Perché non ci sono carcerati, non ci sono sbarre, solo spazio in cui spalmarsi.
C'è da decidere la lama … e poi dritto, rovescio … dritto e rovescio ...
(scritto tratto dalla pelle di un Moleskine, nuovo compagno di viaggio)
