
Maledico una stagione, per la prima volta forse. Arrivato al limite della sopportazione fisica, rigetto l'afa di Milano dopo aver apprezzato sulla pelle le tiepide serate portoghesi. E la forza dell'oceano. E la squisita modestia degli estranei. In mezzo a facce nuove ho trovato un habitat, privo di quei dettagli che confondono la vista e distraggono la mente.
Sono ufficialmente tornato, così si dice, a pieno regime, ributtato a mare (stavolta metaforico) di faccende e faccenducole. Mi ritaglio del tempo, di quel poco che rimane, la notte prima di andare a letto. Spogliato di ogni cosa, appoggio i vestiti a fianco dei pensieri, tutto disordinatamente accatastato sulla prima sedia utile. Lo faccio con calma, perchè nella forma naturale delle cose tutto è dilatato. Esco di casa ma non troppo, in quel paio di metri quadrati di cemento sospesi nell'aria, brufoli di una fallimentare idea di comun vivere. Eppure è il posto più bello in quel momento, come una vista sull'oceano a Carrapateira, come il lungomare fino a capo Spartivento, come Trastevere da una piccola finestrucola, come Barcellona tra il condizionatore e il congelatore. La schiera di anonimi tetti tra anonime vie di un anonimo paese, proprio davanti a me, sono il massimo del non-tempo che potrei augurarmi. Mi basta un gomito appoggiato, subito seguito dall'altro, la testa pesante incassata tra le spalle e la brezza sulla pelle nuda; mi basta questo, ora, ieri e credo proprio anche domani. Ho il mio habitat, la mia flora e la mia fauna.
Il microclima interno dice che ho rotto una pausa, e l'ho fatto senza volermi chiedere nulla. Perchè di pensieri ne ho fatti, tanti, una coda di alfabeti incollati dietro di me; tanti da potermi specchiare se, in un attimo di infantile spensieratezza, mi mettessi a girare su me stesso, leggendomi nella stessa scia alla base del vortice.
Ho deciso di girare senza coda. La appoggio un attimo tra i jeans e i pensieri, sulla prima sedia utile, al varco del mio balcone, pronto ad assaporare la brezza.
Sono ufficialmente tornato, così si dice, a pieno regime, ributtato a mare (stavolta metaforico) di faccende e faccenducole. Mi ritaglio del tempo, di quel poco che rimane, la notte prima di andare a letto. Spogliato di ogni cosa, appoggio i vestiti a fianco dei pensieri, tutto disordinatamente accatastato sulla prima sedia utile. Lo faccio con calma, perchè nella forma naturale delle cose tutto è dilatato. Esco di casa ma non troppo, in quel paio di metri quadrati di cemento sospesi nell'aria, brufoli di una fallimentare idea di comun vivere. Eppure è il posto più bello in quel momento, come una vista sull'oceano a Carrapateira, come il lungomare fino a capo Spartivento, come Trastevere da una piccola finestrucola, come Barcellona tra il condizionatore e il congelatore. La schiera di anonimi tetti tra anonime vie di un anonimo paese, proprio davanti a me, sono il massimo del non-tempo che potrei augurarmi. Mi basta un gomito appoggiato, subito seguito dall'altro, la testa pesante incassata tra le spalle e la brezza sulla pelle nuda; mi basta questo, ora, ieri e credo proprio anche domani. Ho il mio habitat, la mia flora e la mia fauna.
Il microclima interno dice che ho rotto una pausa, e l'ho fatto senza volermi chiedere nulla. Perchè di pensieri ne ho fatti, tanti, una coda di alfabeti incollati dietro di me; tanti da potermi specchiare se, in un attimo di infantile spensieratezza, mi mettessi a girare su me stesso, leggendomi nella stessa scia alla base del vortice.
Ho deciso di girare senza coda. La appoggio un attimo tra i jeans e i pensieri, sulla prima sedia utile, al varco del mio balcone, pronto ad assaporare la brezza.
