
L’acqua calda, mentre ti lavi le mani, è qualcosa di davvero piacevole. Ci resterei sotto per ore. Ti riscalda … piano … partendo dalle dita, poi per tutto il corpo. Fisso la mia pelle, il suo colore e le piccole bolle che il getto modernamente nebulizzato crea su di essa. Immobile, lascio che sia cascata … e mi perdo in pensieri per niente inerenti. In un breve secondo.
Sono felice?
Domanda delle 17 e 40 circa. Giornata tipo del mio stage, giornata tipo della settimana. A casa mi aspetta una serata, tutto sommato, tipo. Non mi lamento affatto, semplicemente contestualizzo. Domanda che sarebbe potuta uscire ieri quanto domani. Domanda che è meglio non chiedersi mai.
Sono felice?
Ma quando cazzo mai lo sarò. Quando potrò dire di esserlo? Forse il problema è semplicemente l’interpretazione di felicità, e le decine di filosofi con le loro migliaia di parole hanno già detto tutto. Felicità a momenti. “Toccare il cielo con un dito”, un’espressione che mi disse una persona, che mai avevo utilizzato e mai utilizzai poi, quasi come se la conservassi ancora in una teca di vetro. Toccare il cielo con un dito penso sia l’espressione che più si avvicini al mio concetto di felicità. Come posso quindi pretendere che questo sia ciò che sento in questo bagno alle 17 e 40 della mia giornata tipo, nel mio stage, in un dì qualsiasi della settimana?! Fondamentalmente, più ci penso più mi rendo conto che la mia felicità non esiste … anche se mi piace pensare che un giorno la proverò per più di qualche istante, di qualche ora, di qualche giorno. Vorrei svegliarmi ogni mattina con il sorriso, giocare con una gravità sfalsata e la leggerezza delle cose, sapere che un ‘tu’ c’è, uscire di casa senza scarpe e tornare indietro ridendo. Vorrei certezze implicite, bisbigliate.
Sono felice? Mmh … a tratti. Brevi. Brevissimi.
Come Buzz mi ha insegnato … questo non è volare, è cadere con stile.
E sinceramente non mi basta.
Sono felice?
Domanda delle 17 e 40 circa. Giornata tipo del mio stage, giornata tipo della settimana. A casa mi aspetta una serata, tutto sommato, tipo. Non mi lamento affatto, semplicemente contestualizzo. Domanda che sarebbe potuta uscire ieri quanto domani. Domanda che è meglio non chiedersi mai.
Sono felice?
Ma quando cazzo mai lo sarò. Quando potrò dire di esserlo? Forse il problema è semplicemente l’interpretazione di felicità, e le decine di filosofi con le loro migliaia di parole hanno già detto tutto. Felicità a momenti. “Toccare il cielo con un dito”, un’espressione che mi disse una persona, che mai avevo utilizzato e mai utilizzai poi, quasi come se la conservassi ancora in una teca di vetro. Toccare il cielo con un dito penso sia l’espressione che più si avvicini al mio concetto di felicità. Come posso quindi pretendere che questo sia ciò che sento in questo bagno alle 17 e 40 della mia giornata tipo, nel mio stage, in un dì qualsiasi della settimana?! Fondamentalmente, più ci penso più mi rendo conto che la mia felicità non esiste … anche se mi piace pensare che un giorno la proverò per più di qualche istante, di qualche ora, di qualche giorno. Vorrei svegliarmi ogni mattina con il sorriso, giocare con una gravità sfalsata e la leggerezza delle cose, sapere che un ‘tu’ c’è, uscire di casa senza scarpe e tornare indietro ridendo. Vorrei certezze implicite, bisbigliate.
Sono felice? Mmh … a tratti. Brevi. Brevissimi.
Come Buzz mi ha insegnato … questo non è volare, è cadere con stile.
E sinceramente non mi basta.